Quasi tutti, prima o poi, si trovano a formulare una promessa silenziosa a sé stessi.
Questa volta andrà diversamente.
Può trattarsi di una relazione sentimentale appena iniziata, di un’amicizia che sembra finalmente offrire ciò che è mancato in passato, oppure del proposito di non lasciarsi coinvolgere ancora una volta in dinamiche che hanno già prodotto sofferenza. Eppure accade qualcosa di curioso e, per molti aspetti, disarmante. Nonostante le migliori intenzioni, nonostante la consapevolezza acquisita attraverso l’esperienza e talvolta persino dopo anni di riflessione personale, ci si ritrova nuovamente all’interno di situazioni sorprendentemente familiari.
Cambiano i contesti. Cambiano le persone. Cambiano le circostanze.
Ma il copione sembra rimanere straordinariamente simile.
C’è chi si sente costantemente attratto da partner emotivamente indisponibili. Chi vive ogni distanza come una minaccia di abbandono. Chi si trova sempre nel ruolo di chi deve prendersi cura degli altri, dimenticando sé stesso. Chi, al contrario, si allontana proprio nel momento in cui una relazione inizia a diventare significativa.
Quando queste dinamiche si ripetono nel tempo, la tentazione è quella di interpretarle come errori di giudizio o difetti caratteriali. Si pensa di essere ingenui, troppo sensibili, eccessivamente dipendenti o incapaci di scegliere le persone giuste.
Ma la realtà psicologica è spesso più complessa.
Le relazioni non iniziano da zero
Una delle convinzioni più diffuse riguarda l’idea che ogni nuova relazione rappresenti una pagina bianca sulla quale scrivere una storia completamente nuova. Dal punto di vista dell’esperienza soggettiva può sembrare così, ma ciò che sappiamo oggi sul funzionamento della mente suggerisce una prospettiva differente.
Nessuno entra in una relazione partendo davvero da zero.
Ognuno di noi porta con sé un insieme di aspettative, percezioni, sensibilità emotive e modalità di risposta che si sono formate molto prima dell’incontro con l’altra persona. Questi schemi non sono necessariamente consapevoli. Al contrario, spesso operano al di sotto della soglia della riflessione cosciente, influenzando il modo in cui interpretiamo i comportamenti altrui, attribuiamo significati agli eventi e reagiamo alle situazioni di vicinanza o distanza emotiva.
Le nostre prime esperienze relazionali non ci insegnano soltanto chi sono gli altri. Ci insegnano anche chi siamo noi in relazione agli altri.
Ci insegnano cosa aspettarci dall’intimità.
Ci insegnano se possiamo fidarci.
Ci insegnano quanto spazio possiamo occupare.
Ci insegnano se i nostri bisogni verranno accolti oppure ignorati.
Nel corso del tempo queste esperienze si trasformano in modelli impliciti che orientano il nostro modo di vivere le relazioni future.
Cerchiamo ciò che conosciamo
Uno degli aspetti più affascinanti e, talvolta, più dolorosi dell’esperienza umana è che il sistema nervoso tende a privilegiare ciò che gli è familiare rispetto a ciò che è semplicemente migliore.
La familiarità viene spesso confusa con la sicurezza.
Questo non significa che scegliamo consapevolmente la sofferenza. Significa piuttosto che ciò che abbiamo imparato a riconoscere come “normale” esercita su di noi una potente attrazione psicologica.
Una persona cresciuta in un ambiente imprevedibile può sentirsi inconsciamente più a suo agio in relazioni caratterizzate da instabilità emotiva. Chi ha sperimentato una costante necessità di conquistare attenzione e riconoscimento può ritrovarsi attratto da persone che offrono affetto in modo discontinuo. Chi ha imparato a mettere da parte i propri bisogni per mantenere il legame con figure significative può continuare a farlo anche nell’età adulta.
Non perché lo desideri.
Non perché lo scelga.
Ma perché quella modalità relazionale è diventata parte del modo in cui il suo sistema organizza l’esperienza.
La ripetizione come tentativo di soluzione
La psicologia del profondo ha osservato da tempo che gli esseri umani tendono a riproporre, in forme sempre nuove, conflitti e dinamiche appartenenti alla propria storia.
Questa osservazione è stata talvolta interpretata come una sorta di condanna alla ripetizione. In realtà può essere letta in modo molto diverso.
Forse non ripetiamo il passato perché ne siamo prigionieri.
Forse lo ripetiamo perché una parte di noi continua a cercare una soluzione.
Ogni nuova relazione rappresenta, almeno in parte, l’opportunità di ottenere finalmente ciò che in passato è mancato. Comprensione. Accoglienza. Stabilità. Riconoscimento. Protezione.
Il problema è che questa ricerca avviene spesso attraverso strumenti costruiti proprio nelle esperienze che hanno generato la ferita.
Così il tentativo di guarigione rischia di trasformarsi inconsapevolmente in una nuova occasione di sofferenza.
Quando la consapevolezza non basta
Molte persone riconoscono perfettamente i propri schemi relazionali.
Sanno quali dinamiche tendono a ripetere.
Sanno quali comportamenti le fanno soffrire.
Sanno persino anticipare ciò che probabilmente accadrà.
Eppure continuano a trovarsi nelle stesse situazioni.
Questo accade perché gli schemi relazionali non sono soltanto idee.
Sono organizzazioni profonde dell’esperienza.
Coinvolgono il corpo, il sistema nervoso, le emozioni, le aspettative implicite e il modo stesso in cui percepiamo gli altri.
Per questo motivo il cambiamento raramente avviene attraverso la sola comprensione intellettuale.
Comprendere è importante.
Ma spesso non è sufficiente.
Occorre che il sistema possa fare esperienza di qualcosa di nuovo.
Nuove esperienze relazionali
Il cambiamento diventa possibile quando iniziamo a vivere relazioni che mettono gradualmente in discussione le aspettative costruite nel passato.
Relazioni nelle quali la vicinanza non implica perdita di libertà.
Relazioni nelle quali il conflitto non conduce necessariamente all’abbandono.
Relazioni nelle quali i bisogni possono essere espressi senza vergogna.
Relazioni nelle quali non è necessario rinunciare a sé stessi per mantenere il legame.
Da questo punto di vista la relazione terapeutica occupa un posto particolare. Non perché offra una soluzione magica, ma perché può diventare uno spazio sufficientemente sicuro nel quale osservare i propri automatismi, comprenderne le origini e sperimentare nuove modalità di stare in relazione.
Oltre la ripetizione
Forse il vero cambiamento non consiste nell’eliminare completamente gli schemi costruiti nel corso della vita.
Forse consiste nel riconoscerli mentre si attivano.
Nel creare uno spazio tra l’impulso automatico e la risposta.
Nel diventare progressivamente capaci di scegliere, anziché reagire.
Le nostre storie continuano ad abitare il presente.
Ma non sono necessariamente destinate a determinarne il futuro.
Forse continuiamo a ripetere alcuni schemi relazionali non perché siamo condannati a farlo, ma perché una parte di noi sta ancora cercando ciò di cui aveva bisogno fin dall’inizio.
Ed è proprio quando questa ricerca diventa consapevole che può iniziare qualcosa di nuovo.

